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mercredi 16 février 2011

Stefano Benni – Bar sport duemila

"Il bar Fico"

La cordialità degli avventori del Bar Fico è entustiasta ed esibita in modo perfino sospetto. Chi entra, urla di gioia al cospetto del conoscente, come se non lo vedesse da dieci anni, mentre lo ha lasciato la sera prima.

E tutto un fiorire di pacche sulle spalle e virili toccate di coglioni tra gli uomini, di trilli e bacetti sodali tra le donne. Mentre si saluta e si bacia il primo conoscente, già con la mano si fa un cenno al secondo e si strizza l'occhio al terzo. Per uno strano contrappunto, queste espressioni di affetto e cameratismo vengono per lo piu' accompagnate da spiritosi epiteti quali "brutto bastardo!", "eccoti qua, vecchia checca!" oppure "stronza, dov'eri finita?" o "troia, che sorpresa!".

Lo scopo di questo Gran Teatro della cordialità è naturalmente segnalare il proprio arrivo e parimenti mostrare quanta gente si conosce. Guai a chi, entrando in un Bar Fico, va direttamente alla cassa e non saluta, né viene salutato da qualcuno. Chi è? Un rappresentante di mentine, un rapinatore o peggio, un non-Vip che vuole inserirsi a tradimento?

Il vero habitué del Bar Fico poi, non solo saluta fragorosamente, ma piange di commozione, stritola mani, bacia sensualmente, dopodiché si apparta in un angolo con un conoscente esternandogli l'odio per tutti i presenti, l'insofferenza per queste recite smancerose, e la noia di doversi recare li' tutte le sere, mentre nei bar di Manhattan o di Marbella c'è tutta un'altra atmosfera.

mardi 24 novembre 2009

Ali di Babbo - Milena Agus

Vorrei dedicare questa bellissima storia a tutti gli amici sardi e gli amici italiani che amano la Sardegna.

Cheria dedicare custa bell'istoria a tottus sos amigos sardos e a sos amigos italianos chi aman sa Sardigna.


A madame vogliamo bene. Come non volergliene quando ti porta il pane e la pasta fatti in casa e i dolci e d'estate i pomodori con il gusto di quando gli adulti erano piccoli. Ma pensiamo che è matta per questa sua follia di voler salvare, da sola, la Sardegna dal cemento, di non vendere e rimanere povera, di impedire anche a noi di diventare ricchi.


Nella mia famiglia, l'unica oltre ai vicini e a madame ad abitare qui tutto l'anno, anche nonno prima la pensava cosi', invece ora dice che nella vita si fanno tanti sforzi per adattarci al pensiero dominante, che ci sembra il migliore perché è quello della maggior parte della gente, mentre in molti casi dovremmo usare le energie per cambiarlo, questo modo di pensare comune, e qualcuno bisogna pure che inizi.


Madame non ha un giardino, perché cosa c'è di piu' bello che in inverno i narcisi sulla collina, il cisto fiorito e i fiori azzurri del rosmarino in primavera e i gigli selvatici in estate? Soltanto ai lati del cortile coltiva dei fiori che ormai non si vedono piu' da nessuna parte, le fucsie, la passiflora, i gigli rossi. Cerca anche di far crescere un cappero, con quei fiori che sembrano gli uccelli magici delle favole, ma non c'è niente da fare, la terra è troppo buona per il cappero e magari lo si vide a Cagliari, o a Villasimius, sui muri, e qui niente.


Sulle colline, nei versanti a sud est al riparo dal maestrale, abbiamo i mandorleti e facciamo un po' di soldi con le mandorle, che si vendono a caro prezzo per i dolci sardi e con la verdura e la frutta degli orti, sopratutto i pomodori di madame, che al mercato a Cagliari d'estate vanno a ruba e tutti si chiedono come mai non sanno di acqua e hanno davvero il gusto di pomodoro e, sembra impossibile, ma piu' che non gli ospiti dell'albergo, madame campa con i pomodori e le conserve.


A proposito dei vicini e del fatto che loro vorrebbero vendere, madame non capisce come delle persone cosi' religiose e buone, che fanno la preghiera prima di mangiare per ringraziare Dio del cibo, non lo ringrazino anche per questo pezzo di paradiso terrestre e vogliano permettere che costruiscano tanti cubi di cemento, ciascuno con il suo praticello all'inglese e tante strade adatte alle macchine e tutto per i soldi. Come se non si dovesse difendere l'opera del Signore anche quando non ci fa comodo.


Quando i costruttoti dei villagi turistici fanno visita a madame, lasciano le loro belle auto vicino alla statale e madame va a prenderli all'inizio della strada bianca con la sua Ferrarina scassata, che tanto di piu' non si puo' ammaccare. Ai costruttori madame ripete sempre che non puo' vendere, perché vive di questo posto, delle colture e della casa albergo. Allora i costruttori cercano di farle capire che se vendesse non avrebbe certo bisogno della frutta e verdura per vivere, né di fare la serva a non piu' di otto ospiti, con tutto il rispetto, e scusando la volgarità, rincoglioniti, che camminano per chilometri sotto il sole e fra le spine prima di arrivare al mare.


Appena trasferiti qui, chiesero a nonno di vendere, e poi anche ai vicini. Tutti pensammo che la Fortuna girasse di nuovo a nostro favore, che forse in fondo babbo avava ragione, ma i costruttori dei nostri terreni ai margini e senza accesso al mare non se ne facevano niente, se non vendeva madame, che aveva la terra proprio in mezzo e sopratutto confinante con la spiaggia.


Poi, con il tempo e l'amicizia di madame, nonno ha
cambiato idea e secondo mamma ad ammazzare nonna Elena è stato soltanto babbo, ma anche madame, che ci ha impedito di diventare nuovamente ricchi e ha fermato con le sue mani la ruota della Fortuna. Ma la speranza c'è sempre. I costruttori tornano. Madame è gentile e carica le loro auto di ogni bendiddio. Ma di vendere nemmeno per sogno. I vicini, per quello che li riguarda, pensano che Dio abbia qualche suo piano imperscrutabile a proposito di questa terra e si serva, par attuarlo, di una povera donna come madame, senza marito e senza titolo di studio, e diciamolo, senza cervello. Nonno i costruttori li odia e quando vengono va al cancello e li fissa senza parlare in modo minaccioso come se fossero dei ladri e non dei benefattori che vogliono farci diventare ricchi.

lundi 23 novembre 2009

Ali di Babbo – Milena Agus

Dedico questa bellissima storia a tutti gli amici sardi e gli amici italiani che amano "sa Sardinia".


A madame vogliamo bene. Come non volergliene quando ti porta il pane e la pasta fatti in casa e i dolci e d'estate i pomodori con il gusto di quando gli adulti erano piccoli. Ma pensiamo che è matta per questa sua follia di voler salvare, da sola, la Sardegna dal cemento, di non vendere e rimanere povera, di impedire anche a noi di diventare ricchi.


Nella mia famiglia, l'unica oltre ai vicini e a madame ad abitare qui tutto l'anno, anche nonno prima la pensava cosi', invece ora dice che nella vita si fanno tanti sforzi per adattarci al pensiero dominante, che ci sembra il migliore perché è quello della maggior parte della gente, mentre in molti casi dovremmo usare le energie per cambiarlo, questo modo di pensare comune, e qualcuno bisogna pure che inizi.

A proposito dei vicini e del fatto che loro vorrebbero vendere, madame non capisce come delle persone cosi' religiose e buone, che fanno la preghiera prima di mangiare per ringraziare Dio del cibo, non lo ringrazino anche per questo pezzo di paradiso terrestre e vogliano permettere che costruiscano tanti cubi di cemento, ciascuno con il suo praticello all'inglese e tante strade adatte alle macchine e tutto per i soldi. Come se non si dovesse difendere l'opera del Signore anche quando non ci fa comodo.

Quando i costruttoti dei villagi turistici fanno visita a madame, lasciano le loro belle auto vicino alla statale e madame va a prenderli all'inizio della strada bianca con la sua Ferrarina scassata, che tanto di piu' non si puo' ammaccare. Ai costruttori madame ripete sempre che non puo' vendere, perché vive di questo posto, delle colture e della casa albergo. Allora i costruttori cercano di farle capire che se vendesse non avrebbe certo bisogno della frutta e verdura per vivere, né di fare la serva a non piu' di otto ospiti, con tutto il rispetto, e scusando la volgarità, rincoglioniti, che camminano per chilometri sotto il sole e fra le spine prima di arrivare al mare.

Appena trasferiti qui, chiesero a nonno di vendere, e poi anche ai vicini. Tutti pensammo che la Fortuna girasse di nuovo a nostro favore, che forse in fondo babbo avave ragione, ma i costruttori dei nostro terreni ai margini e senza accesso al mare non se ne facevano niente, se non vendeva madame, che aveva la terra proprio in mezzo e sopratutto confinante con la spiaggia.



Poi, con il tempo e l'amicizia di madame, nonno ha cambiato idea e secondo mamma ad ammazzare nonna Elena è stato soltanto babbo, ma anche madame, che ci ha impedito di diventare nuovamente ricchi e ha fermato con le sue mani la ruota della Fortuna. Ma la speranza c'è sempre. I costruttori tornano. Madame è gentile e carica le loro auto di ogni bendiddio. Ma di vendere nemmeno per sogno.



I vicini, per quello che li riguarda, pensano che Dio abbia qualche suo piano imperscrutabile a proposito di questa terra e si serva, par attuarlo, di una povera donna come madame, senza marito e senza titolo di studio, e diciamolo, senza cervello. Nonno i costruttori li odia e quando vengono va al cancello e li fissa senza parlare in modo minaccioso come se fossero dei ladri e non dei benefattori che vogliono farci diventare ricchi.

jeudi 24 septembre 2009

Dino BUZZATI – "Non è mai finita"

A questo mondo non è mai finita, disse la signora Amelia Briz. Stia un po' a sentire. Io sono siciliana, nata in un povero paesello sospeso tra le rupi, in cima a una montagna. Di lassù, si vede il mare e il paesaggio è un paradiso, ma per il resto si è rimasti indietro di due secoli. Il nome ?... lasci perdere. I miei compaesani sono gente cosi' ombrosa… è forse meglio sorvolare. Lo chiamero' convenzionalmente Castellizzo. (Sicilia)

Bene. Dalla stanza dove sono nata si vedeva, lontana, una città, stesa lungo il mare. Di notte era tutto uno sfavillare di lumini. E i fari. E i piroscafi. E i treni coi finestrini accesi. Trapani ? Lei dice ? Be', facciamo pure conto fosse Trapani. Al calar della sera, appoggiata al davanzale, io rimiravo quelle luci. Laggiù era la vita, il mondo, il sogno ! (Trapani)


Quando ebbi compiuti i dodici anni, tanto feci che i miei si persuadero a mandarmi a vivere in città, ospite di una zia. Così potevo continuar gli studi. Credetti di impazzire dalla gioa. Ma dopo un mese che ero a Trapani già ascoltavo rapita ciò che raccontavano i forestieri giunti da città molto piu' grandi. Mi sembravano di razza diversa. Ah, povera Trapani, come eri piccola e squallida al confronto. Palermo ! Messina ! Quella sì era civiltà sul serio.
(Baia di Palermo)

Mi aiutò la fortuna. Fui chiesta in moglie dal barone Cristolera, un perfetto gentiluomo. Aveva un palazzo magnifico a Messina. Accettai, gli volli bene, mi illusi di non essere più la piccola provinciale di una volta.
Certo, a Messina conobbi della gran bella gente, autentici signori. Ma da Roma venivano ogni tanto certi tipi affascinanti ; parlavano con l'"erre", racontavano cose nuove e strane, pettegolezzi enormi, ci guardavano un po' dall'alto in basso. (Taormina - provincia di Messina)

Per farla breve, cominciai a sognare Roma. Messina ormai mi sembrava un buco, da non poterci respirare più. Dai e dai, mio marito si decise ; tanto, non gli mancavano i quattrini. Trascolammo nella capitale.
Dovevo essere contenta, no ? Roma non è mica un paesello. Grandi nomi, società internazionali, caccia alla volpe, scandali, cardinali, ambasciatori. Eppure, cosa vuole ? Quei grandi personaggi che dall'estero venivano volentieri ad abitarci, ci venivano per fare la bella vita, non per altro, come quando si è in vacanza, come se Roma non fosse che un famoso posto di villeggiatura : ma in fondo non la prendevano sul serio. Il loro mondo vero era lontano, le vere grandi capitali della terra erano altre. Parigi, Londra, mi capisce ? E io, li invidiavo. (Roma)

Roma cominciò a scottarmi sotto i piedi. Sospirai l'Etoile, Picadilly. Per caso in quel periodo Cristolera e io ci separamo. Seguì un regolare annullamento. Ero ancora una bella donna. Conobbi Briz, il grande finanziere. Quando si nasce fortunate !
Sempre più cosmopolita, sempre più in alto nella scala delle residenze umane. Era una mania balorda, però soltanto oggi lo capisco. Divenuta ufficialmente Mrs. Briz, grazie ai milliardi del marito, non avevo più che l'imbarazzo della scelta. (Londra)

Mi stabilì a Parigi, poi Parigi mi sembrò piena di polvere. Londra, per due anni. Ma anche Londra era un traguardo. La piccola provinciale siciliana aveva fatto la sua strada. (Parigi)


Ma non era così come pensavo. Per la gente "molto su", Nuova York era una cafonata insopportabile. I veri aristocratici ci stavano solo lo stretto necessario. Preferivano Boston, Charleston. Città più vecchie, quiete, riservate. E potevo io essere da meno ? Tuttavia anche di là i raffinatissimi emigravano. Chi nei deserti, chi nelle isolette des Pacifico. Anch'io mi avviai per quei pazzi itinerari. (New York)


Ahimè, la società più filtrata ed esigente ebbe a noia il Pacifico e i deserti. Prese l'aereo verso est, ritornò alla vecchia stanca Europa. Non già per infognarsi nella volgarità di Londra o di Parigi. Macché. Andava in cerca di eremi ed esilii, di conventi, di ruderi e rovine. E io dietro.


Proprio sopra il mio paesello siciliano sorgeva un castello diroccato. La moda ! L'eleganza del saper vivere moderno ! Un grande poeta peruviano ha fatto restaurare la bicocca, in breve il posto è diventato celebre. Oggi al mondo non c'è niente di più chic che possedere una casetta a Castellizzo. E così, gira e gira, ho finito per ritornare al mio paesello, proprio là donde sono partita. E la sera, dalla mia stanza di bambina, guardo i lumi della città sul mare. E certe volte ho l'impressione di essere ancora quella di una volta, e che gli anni non siano mai passati. E penso : sogno ! E fantastico un giorno o l'altro di partire. Lo vede dunque che non è mai finita ?


vendredi 11 septembre 2009

Sogni mancini (1996) – Francesca DURANTI

Maria Francesca Rossi - nota come Francesca Duranti è nata a Genova (1935) e vive tra la campagna lucchese e New York. Giurista, traduttrice di Virginia Woolf e scrittrice di successo, ha pubblicato i romanzi La bambina (1976 e 1985), Piazza mia bella piazza (1978), e si è affermata in Italia e nel mondo con il romanzo La casa sul lago della luna (1984). Ha scritto ancora Lieto fine (1987), Effetti personali (1988), Ultima stesura (1991), Progetto Burlamacchi (1994), Sogni mancini (1996), e Il comune senso delle proporzioni (2000).

Al capezzale della madre morta, la protagonista ritrova tracce del proprio passato. Nel romanzo si rincorrono storie di ieri e storie di oggi, un passato povero in un paese ricco di tradizioni e memorie e un presente che può diventare opulento ma a costo di un azzeramento memoriale.

"Mi hanno detto che è morta alle sette e mezza del mattino, proprio mentre il mio aereo atterrava al Leonardo da Vinci. Il pilota aveva girato sopra Roma per quasi un’ora cercando un buco nella tempesta autunnale che infuriava sulla città. Poi riuscì a tuffarsi in una voragine nera e a noi passeggeri sembrò di venir giù come un sasso dentro un pozzo. Quando le ruote toccarono terra, lasciai andare i braccioli a cui mi ero aggrappata e guardai l’ora: le sette e mezza, appunto.
Incredibile. Potrei cavarne una lecture da tenere a voi, ragazzi, cominciando proprio da questo punto. Di preciso non sono dirvi il perché. Certo è che più volte, nei giorni che seguirono, mi è capitato di pensare a me stessa che arrivavo nell’istante in cui lei se ne andava, e di trovare mirabili, ancorché elusivi, significati a quel perfetto tempismo del destino.
Cominciamo dunque di lì, da me che tocco terra a Fiumicino, convocata d’urgenza da Carmelina, proprio mentre mia madre questa terra la lascia per sempre.
Correndo lungo gli interminabili nastri trasportatori dell’aeroporto raggiunsi appena in tempo il DC8 in coincidenza, che mi riportò su sobbalzando, oltre la massa sconvolta di nuvole temporalesche. Trentacinque minuti per volare fino a Pisa, altrettanti per farmi condurre da un taxi a Nugola Vecchia e mia madre era già tutta vestita di nero sul suo catafalco, le mani intrecciate attorno al libro da messa, il viso liscio, le narici trasparenti come una santa di cera nella nostra originaria terra lucana.
Carmelina era in piedi al suo fianco, anche lei vestita di nero, attorniata dal marito e dalle due cognate. Tutti e quattro erano rigidi e solenni come carabinieri a guardia del monumento al Milite Ignoto. Mi venne incontro e mi abbracciò. Il suo seno si gonfiò e si sgonfiò in un sospiro di disapprovazione. (…)
Mia sorella Carmelina parla con un accento toscano esagerato, che non esiste in natura. Per emettere quelle "c" così superlativamente aspirate impegna tutte le forze, al punto che già per due volte ha dovuto farsi operare di un polipo alle corde vocali. In segno di rispetto alla nostra comune terra d'origine, quando parlo con lei mi sforzo, al contrario, di recuperare nel mio accento qualche eco della Lucania, anche quello ormai innaturale.
Mia sorella è nata quando la familia si era già trasferita a Nugola, ha sposato un dentista e ora vive a Livorno. Ha perduto contatto con il passato. Di Forenza, il nostro paese d'origine, non sa niente, perchè è tornata al sud solo per qualche lontano Natale che neppure la mia memoria, benché io fossi la più grande delle due, riesce a far rivivere. Ma è come se lei non avesse neppure respirato quell'aria speciale che c'era in casa nostra. C'era un clima meridionale, da noi. Non dipendeva solo dal leggero accento, che entrambi i nostri genitori hanno conservato fino alla morte, ma da certe usanze natalizie e pasquali, dal cibo, da certi strumenti per la cucina, dal modo di fare il pane e le conserve.
Quello che invece non affiorava mai erano i fatti, le notizie. Una, in particolare, di cui avrei avuto bisogno poche ore dopo la morte di mia madre e che lei più di chiunque altro avrebbe potuto fornirmi. Ecco perché mi appare così enigmaticamente significativo il capriccio del caso: perché, perché farmi arrivare proprio mentre se ne andava lei, che era probabilmente all'origine di tutto?"

vendredi 31 juillet 2009

La coscienza di Zeno – Italo Svevo, 1861 - 1928

Allora non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astenzione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta! Mi feri’ e la febbre la colori’: un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce intorno a un vuoto.
Quando il dottore mi lasciò, mio padre (mia madre era morta da molti anni) con tanto di sigaro in bocca, restò ancora per qualche tempo a farmi compania. Andandosene, dopo di aver passato dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi disse: - Non fumare, veh!
Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: « Giacché mi fa male, non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta ». Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: - Bravo! Ancora qualche giorno di astenzione dal fumo e sei guarito!
Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse, presto, presto, per permettermi di correrere alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontarnarsi prima.
Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violente è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime. (…)
Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettevo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio, perchè è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di un grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e di proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei proposti ? Come quell’ igenista vecchio, descritto da Goldoni, vorrei morire sano dopo essere vissuto malato tutta la vita?
Penso che la sigaretta abbia un gusto piu’ intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole, si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.


La conscience de Zeno – Italo Svevo
(écrivain italien, pseudonyme de Ettore Schmitz, né le 19 décembre 1861 à Trieste et mort le 13 septembre 1928 à Motta di Livenza, près de Trévise)

En ce temps-là, je ne savais pas si j’aimais ou si je détestais la cigarette, sa saveur, et l’état dans lequel me mettait la nicotine. Quand je sus que je détestais tout ceci, ce fut pire. Et je le sus à vingt ans environ. Alors, je souffris pendant quelques semaines d’un violent mal de gorge accompagné de fièvre. Le docteur m’ordonna de garder le lit avec l’interdiction absolue de fumer. Je me rappelle ce mot absolue ! Il me blessa et la fièvre le colora : un grand vide et rien pour résister à l’immense pression qui se produit aussitôt autour d’un vide.
Quand le docteur me quitta, mon père (ma mère était morte depuis de nombreuses années) avec un énorme cigare dans la bouche, resta encore quelques instants pour me tenir compagnie. En s’en allant, après avoir doucement caressé de sa main mon front brûlant, il me dit : ‘ Ne fume pas, hein !
Je fus saisi par une immense inquiétude. Je pensai : « Etant donné que cela me fait du mal, je ne fumerai jamais plus, mais auparavant je veux le faire pour la dernière fois ». J’allumai une cigarette et je me sentis aussitôt libéré de mon inquiétude bien que la fièvre augmentât quelque peu et qu’à chaque bouffée je sentais mes amygdales s’enflammer comme si elles avaient été touchées par un tison ardent. Je terminai ma cigarette tout entière avec le soin dont on fait preuve lorsque l’on fait un vœu. Et, souffrant toujours horriblement, j’en fumai de nombreuses autres pendant ma maladie. Mon père allait et venait, le cigare à la bouche, en me disant : ‘ C’est bien ! Encore quelques jours sans fume et tu seras guéri !
Cette phrase suffisait à me faire désirer qu’il s’en allât vite, vite, pour que je puisse me jeter sur ma cigarette. Je feignais également de dormir pour le pousser à s’éloigner plus rapidement.
Cette maladie me procura mon deuxième trouble : l’effort de me libérer du premier. Mes journées finirent par être remplies de cigarettes et de résolutions de ne plus fumer, et, pour tout dire tout de suite, de temps en temps, elles sont encore ainsi. La ronde des dernières cigarettes, apparue à vingt ans, tourbillonne encore malgré tout. La résolution est moins violente et ma faiblesse trouve dans mon vieil esprit une plus grande indulgence. Quand on est vieux, on sourit de la vie et de tout ce qu’elle contient. Je peux même dire que depuis quelques temps je fume beaucoup de cigarettes… qui ne sont pas les dernières. (…)
A présent que je suis ici, en train de m’analyser, je suis pris d’un doute : ne se peut-il pas que j’ai aimé à ce point la cigarette pour pouvoir rejeter sur elle la faute de mon incapacité ? Qui sait, si en arrêtant de fumer, je serai devenu l’homme idéal et fort que j’aspirais être ? Ce fut peut-être ce doute qui me lia à mon vice, car c’est bien commode de vivre en se croyant grand d’une grandeur latente. J’avance cette hypothèse afin d’expliquer ma faiblesse de jeunesse, mais sans aucune conviction bien arrêtée. A présent que je suis vieux et que personne n’exige quoi que ce soit de moi, je passe toutefois de cigarette en résolution et de résolution en cigarette. Aujourd’hui, quel sens ont ces résolutions ? Comme ce vieil hygiéniste, décrit par Goldoni, voudrais-je mourir sain après avoir vécu malade toute ma vie ? (…)
Je pense que la cigarette a un goût plus intense quand il s’agit de la dernière. Les autres aussi ont un goût bien à elles, spécial, mais moins intense. La dernière acquiert sa saveur grâce à l’espoir d’un proche futur de force et de santé. Les autres ont leur importance car, en les allumant, on clame sa liberté et le futur de force et santé demeure, mais il s’éloigne quelque peu.

vendredi 29 mai 2009

« Il mio cane » - Marino MORETTI (poeta e scrittore italiano, 1885-1976)

Un giorno dunque l’ottimo dei miei amici osservò rude, che, se io mi prendevo cura di un gatto e persino di una tartaruga, avevo dimenticato il re degli animali domestici: il cane. Io ero in pieno periodo di sincero amore per le bestie innocenti, io le stavo a poco a poco scoprendo. E fu così che io spiai nel mio giardino fin le mosse dei rospi, delle lumache, dei calabroni, dei passeri e, come già dissi, divenni l’intimo amico di una tartaruga e sopratutto di un gatto di nome Tigrino. Ed era così la volta del cane. Poi che avevo pienamente accettato il giudizio di quelli che lodano il cane, non restava che scegliere la razza. Qualcuno dice: « A te occorre senz’altro un cane lupo. » Io non sapevo, in verità, perché fosse così conveniente un cane lupo. Io avrei anzi preferito, per cominciare, qualcosa di meno impegnativo. Alle mie obiezioni fu così risposto: « Tu non vuoi un cane, vuoi un gingillo. Ricordati che, se sei un poeta, non sei una signora. »

Accettai il dono che, come tutti i doni che si rispettano, doveva venire di fuori e di lontano e per ferrovia, in una cassetta con manici e avaro pertugio, per cui il prigioniero che vi si umiliava potesse avere una confusa idea del viaggio se non l’intera convinzione della salvezza. Il giorno prima dell’arrivo, il mio amico aveva così telegrafato: « Parte tuo indirizzo pacco espresso urgente cane lupo nome Turco bestia cinque mesi delicata un poco paurosa segue lettera abbracci. » Seguiva lettera: « Il lupetto è bellino, ma timido e pauroso quanto mai. Fino a questo momento è stato vicino alla sua mamma, e ai suoi fratellini. Quindi esser solo, viaggiare, essere un po’ maltrattato da agenti e facchini, tutto ciò lo rende già triste, lo sconcerta. Bisogna che, appena arrivato, lo si lasci un pochino solo, all’aria aperta. Gli si dia da mangiare pane e latte. Raccomando, mente carne, ma nel pastone, abbondanti legumi, come carote gialle, fagiolini, una spruzzatina di spinaci tritati, un’altra spruzzanita di cicoria cruda. Raccomando, per i primi giorni almeno, non sgridarlo per niente. Si chiama Turco e quello che lo ha venduto prega di non cambiargli il nome ».

Tutto era detto così e con un’arte che non escludeva ma avvalorava la commozione e quasi la pietà per un cagnoletto strappato all’intimità della famiglia, che io mi sentii sul momento avvilito di non saper scrivere così. Giunse la cassetta: il cuore mi batteva perché mi pareva ci fosse dentro un morticino, e perché anche pensavo a quella madre e a quei fratellini rimasti a Roma, in via del Vantaggio. Quando tirai fuori una cosa molle, calda ma senza palpito, quasi inerte, allora mi venne fatto di trattenere il respiro come quando si teme di assistere a una sciagura e non varrà il nostro sciocco ottimismo a scongiurarla. Che fare? Ed ecco la cosa si rizza di colpo, scivola dalla mano che la blandisce, si lanscia verso la porta di casa, scompare. Ho anche l’impressione di un ringhio, come primo saluto, e insieme, rapido addio… Inforco la bicicletta, pedalo dietro il fuggitivo, lo raggiungo, ma come scendo di bicicletta per tentare di acciuffarlo, quello accellera e… non c’è più. Allora, la volata: su per la strada che conduce al bacino, alle dune, all’impraticabilità, alla sconfitta. Passano due bambinucci scalzi che han raccolto gusci di teeline alla spiaggia: a questi dico il mio dolore, la mia vergogna; do I connotati, e torno in paese.


« Mon chien » - Marino MORETTI (poète et écrivain italien, 1885-1976)

Un jour donc, mon meilleur ami fit remarquer avec sévérité que, si je m’occupais d’un chat et même d’une tortue, j’avais oublié le roi des animaux domestiques : le chien. J’étais en plein dans ma période d’amour sincère pour les bêtes innocentes, je les découvrais petit à petit. Et ce fut ainsi que j’épiai dans mon jardin jusqu’aux mouvements des crapauds, des limaces, des frelons, des moineaux, et, comme je le dis déjà, je devins l’ami intime d’une tortue et surtout d’un chat qui s’appelait Petit Tigre. Et maintenant c’était le tour du chien. Après avoir totalement admis le jugement de ceux qui louent le chien, il ne restait qu’à choisir la race. Quelqu’un dit : « Il te faut sans aucun doute un chien-loup ». Pour dire la vérité, je ne savais pas pourquoi un chien-loup était si approprié. J’aurais même préféré, pour commencer, quelque chose de moins contraignant. On répondit ainsi à mes objections : « Tu ne veux pas un chien, tu veux un jouet. Souviens-toi que même si tu es un poète, tu n’es pas une dame ».

J’acceptai le cadeau qui, comme tous les cadeaux qui se respectent, devait arriver de l’extérieur et de loin, par le train, dans une petite caisse avec des poignées et une toute petite ouverture, grâce à laquelle le prisonnier qui y était humilié pouvait avoir une idée confuse du voyage si ce n’est la conviction profonde d’être sauvé. La veille de son arrivée, mon ami m’avait envoyé un télégramme qui disait : « Part ton adresse paquet express urgent-chien-loup nom Turc – bête cinq mois délicate un peu craintive – lettre suit salutations ». La lettre suivait : « Le petit chien-loup est mignon, mais timide et on ne peut plus craintif. Jusqu’à présent il est resté près de sa maman et de ses petits frères. Ainsi le fait d’être seul, de voyager, d’être un peu maltraité par les agents et les porteurs, tout ceci le rend déjà triste, le déconcerte. Dès qu’il sera arrivé, il faut le laisser seul un certain temps, au grand air. Il faut lui donner à manger du pain et du lait. Je te rappelle, pas de viande, mais dans sa pâtée, beaucoup de légumes comme des carottes jaunes, des haricots verts, un peu d’épinards hachés et un peu de chicorée crue. Je te mets en garde, les premiers jours au moins, ne le gronde pour rien au monde. Il s’appelle Turc et celui qui l’a vendu demande à ce qu’on ne change pas son nom ».


Tout était si bien dit et avec une façon qui n’excluait en rien l’émotion et presque la pitié pour ce petit chien arraché à l’intimité de sa famille, mais au contraire le justifiait, que sur le moment je me sentis humilié de ne pas savoir écrire ainsi. La petite caisse arriva : mon cœur battait fort car j’avais l’impression qu’il y avait à l’intérieur un enfant mort et car je pensais également à cette mère et à ces petits frères restés à Rome, rue du Vantaggio (rue de l’Avantage). Quand j’extirpai une chose molle, chaude mais sans aucun battement du cœur, presque inerte, alors, je retins ma respiration sans le vouloir comme lorsqu’on craint d’assister à un malheur et que notre stupide optimisme ne suffira pas pour l’éviter. Que faire ? Que faire ? Et voici que la chose se dresse d’un coup, glisse de ma main qui le caresse, se lance vers la porte d’entrée, disparaît. J’ai même l’impression d’entendre un grognement en guise de premier salut et en même temps de rapide adieu… J’enfourche ma bicyclette, je pédale derrière le fuyard, je le rattrape, mais alors que je descends de ma bicyclette pour essayer de l’attraper, ce dernier accélère et… il n’est plus là. Alors, je fais un sprint: je remonte la rue : je remonte la rue qui amène au port, aux dunes, aux lieux impraticables, à la défaite. Deux gamins pieds nus, qui ont ramassé des coquilles de tellines sur la plage, passent par là : je leur dis ma douleur, ma honte ; je leur donne son signalement et je rentre au village.

lundi 18 mai 2009

« I FANNULLONI » - Marco LODOLI, 1990

L’AUTORE

Marco LODOLI è uno scrittore contemporaneo, che ha pubblicato numerosi romanzi come per esempio “Snack Bar Budapest” nel 1987, “Ponte Milvio” nel 1988, “Grande Raccordo” nel 1989 e ”I fannulloni” nel 1990.


INTRODUZIONE

Mi piace molto quest’autore che dipinge con acutezza l’esclusione, le differenze, l’amore profondo e l’amicizia vera. Se voglio riassumere “I fannulloni”, posso dire che è l’incontro tra tre solitari – Lorenzo Marchese che è il vecchio pensionato, Caterina, sua moglie, una donna fuori norma e Gaben che è l’immigrato clandestino – alla ricerca di una vita più felice. Più profondo, questo romanzo ci dà uno sguardo sociologico, psicologico e filosofico sulla vecchiaia, la differenza e l’immigrazione attraverso i personaggi rispettivi.


ESCLUSIONE, DIFFERENZE, IMMIGRAZIONE

Il personaggio di Lorenzo MARCHESE

Facciamo conoscenza con Lorenzo Marchese quando fa la sua propria descrizione che ci mostra lo stato di spirito in cui si trova. Secondo lui, è un uomo senza importanza, d’altronde si paragona ad « un treno scalcinato ». La descrizione che fa di sè è pessimista. Vede tutto in nero, che sia la sua apparenza fisica o il suo carattere. Si vede differente dagli altri. E la causa della sua incomunicabilità : « E come se fossi costretto a viaggiare su un treno scalcinato con un biglietto di prima classe, e quel biglietto mi impedisse di sentirmi in compania, almeno, di gente simile a me ». Non ha dunque nessun contatto con gli altri, quel che lo rende infelice e si sente rassegnato. Infatti è confrontato a diversi problemi : l’incomunicabilità, la solitudine, e sopratutto soffre di un complesso d’inferiorità legato alla sua vecchiaia e al posto che occupa nella società contemporanea. Lui non si stima molto, ha una visione di sè assai negativa e transforma le sue qualità in difetti.

Nonostante ciò, abbiamo anche un’altra visione di lui che è quella della gente che lo descrive come un uomo piuttosto alto, distinto, discreto, differente con gli occhi azzuri e i capelli candidi, quel che significa la bianchezza dei suoi capelli, ma sottintende anche il lato ingenuo della sua personalità. Impariamo che ha 70 anni, è un pensionato che faceva il venditore di pietre, un mestiere che porta pochi soldi, quel che mostra la modestia della sua vita, e un mestiere sopratutto difficile siccome deve guadagnare la fiducia della gente e deve sempre viaggiare.

Lorenzo è un personaggio che ha perso fiducia in sé, che ha perso la sua identità. E infelice e confrontato ai diversi problemi della vita. Di fronte a questa vita, è rassegnato e non aspetta più niente.


Il personaggio di Caterina

Caterina è presente nel romanzo solo quando Lorenzo evoca il ricordo della sua vita passata con lei. Lui racconta la sua esperienza con quest’essere unico nel genere. Alla fine del libro, ritroviamo Caterina come se fosse viva ma infatti Lorenzo l’ha raggiunta nel mondo dei morti. Sappiamo che era molto alta, quasi due metri, sproporzionata, gigantesca. Ha delle grandi mani, la schiena curva, i piedi piatti, i capelli legati in una treccia. Si è sposata con Lorenzo quando aveva 20 anni. Dal punto di vista intelletuale, Caterina appare poco intelligente. La descrizione di Caterina è pessimistica, l’autore ce la mostra in un modo brutissimo. Sembra una cosa, un animale. Eppure, Lorenzo avrà un colpo di fulmine e si sposerà con lei. E Malgrado il fatto che sia gigantesca, è un essere sensibile.

Di più, il suo fisico interviene molto nel fatto che sia esclusa dalla società come lo è Lorenzo. Non è come gli altri, cioè nella norma, dunque la gente intorno la prende in giro. Anche lei, fa parte di quella gente emarginata dalla società perché è differente. Ed è questa diversità che attrae la cattiveria degli altri. La sua vita rassomiglia a quella di Lorenzo nella misura in cui è esclusa dalla sua apparenza fisica, mentre lui è lasciato da parte per causa del posto dei vecchi nella società. Anche se Caterina deve lottare contro lo sguardo degli altri, formando una coppia con Lorenzo è capace di affrontare la cattiveria della gente. Quindi Lorenzo ha il ruolo del protettore di Caterina. L’amore che li unisce è più forte di tutto. Si vedono come esseri eccezionali, ognuno ha sconvolto la vita dell’altro e i due si completano. Quest’amore è stato una rivoluzione ed il fatto che siano insieme li ha rinforzati.

Marco Lodoli propone un ritratto pessimistico di Caterina, quello di un’antieroina, perché di solito un eroe è bello, forte e intelligente, mentre lei è brutta, sensibile e stupida. Però ha un ruolo importante nel romanzo, perché evoca il problema dell’esclusione che tocca il nostro secolo e anche perché ci permette di analizzare l’evoluzione psicologica di Lorenzo, la presenza e poi l’assenza di Caterina influiscendo la sua vita.


L’incontro di Lorenzo con Caterina e loro vita

Quest’incontro è stato un colpo di fulmine che ha rivoluzionato il modo di vita di Lorenzo. Era infelice e diventerà felice, allegro. Era solo e sarà sempre in compania di sua moglie. Aveva bisogno che qualcuno lo rassicurasse, e sarà lui che proteggerà Caterina. Aveva un problema d’incomunicabilità e potrà confidarsi a lei. Era rassegnato e diventerà attivo per proteggerla dalla cattiveria della gente. Tutti questi cambiamenti rapidi sono messi in rilievi dal fatto che in quest’incontro, c’è un amore vero, sincero e profondo. Portano un bello sguardo l’uno sull’altro. Si capiscono, si sostengono, si amano.

Però questa felicità non dura perché la morte di Caterina cambia di nuovo la vita di Lorenzo. Siamo allora nella terza parte dell’evoluzione psicologica di Lorenzo. C’è di nuovo un rovesciamento di situazione. Lorenzo è disperato, tutte le sue speranze cadono. Secondo lui, è la fine di una bella storia d’amore tradita dal tempo che fugge. Il suo nuovo stato di spirito è la noia che è il sentimento peggiore per lui. Diventa di nuovo come prima un uomo banale, non interessante. Si vede quando dice : « Mi alzo che è l’alba, mi lavo, mi faccio la barba con cura, pelo e contropelo, scelgo una camicia pulita e non ho più niente da fare ». Torniamo all’inizio quando non aveva più voglia di vivere e quando pensava che la vita non valesse la pena di essere vissuta : «Allora esco, come uno si getterebbe nel mare infinito per sfuggire alla barca che lentamente affonda », il mare infinito rappresentando la morte e sfugge alla barca, la realtà della vita.

Non ha più forza di continuare ad affrontare la cattiveria della gente. Ci sono di nuovo quei problemi della solitudine, dell’incomunicabilità. Ha 70 anni quando si ritrova solo ed è confrontato al problema della vecchiaia che è emarginato dalla società. I giovani non vogliono confondersi con i vecchi ed è così che si sente lasciato dal mondo, abbandonato. Caterina gli aveva permesso di guidarsi nella vita, cercava di mostrargli il buon cammino, ma ora che non c’è più, è perduto. Si sente differente dagli altri come prima. C’è l’idea che il mondo circostante gli si è chiuso : « E che il mondo cambia veloce e io non lo conosco più : sui muri ci sono scritte che non capisco, nomi che ignoro ma che presumo siano importanti, considerando l’amore e l’odio che attirano ; dalle macchine arrivano canzoni che non mi suggeriscono niente, nei bar gli uomini parlano come in un’altra lingua. Mi capita di entrare in un cinema e, benché cerchi di stare attento, di seguire ogni passaggio, di non dormire, la storia mi sfugge completamente. All’uscita sento la gente che dice che è stato un film bellissimo, e mi piacerebbe se qualcuno mi spiegasse quando e perché, e io dov’ero ». Risorge dalla sua personalità la parte sensibile che lo rende molto osservatore di quello che succede intorno a lui.

Così dopo la solitudine, è nato l’amore ; poi, dopo l’amore, c’è un altro rovesciamento. L’ultima tappa della sua evoluzione psicologica sarà l’amicizia che nascerà con Gaben.


Il personaggio di Gaben

Gaben è uno dei tre personaggi principali di « I fanulloni ». Oltre alla situazione di immigrante, è veramente un personaggio simpatico et imprevedibile. Si trova alla stazione Termini di Roma ed è venditore ambulante. Vende occhiali colorati. Lorenzo dice che è « un ragazzo negro », così, sappiamo che Gaben è giovane e di orignie africana. Ma non sappiamo quanti anni ha, e neppure lui lo sa di preciso, ma Lorenzo gli dà più o meno trent’anni. La sua situazione è delicata in quanto riguarda il suo alloggio. Vive in una stanza dietro Cinecittà insieme ad altri tre imigranti, due iugoslavi del Montenegro e un tunisino.

Dal punto di vista del suo carattere, è un eterno ottimista. Anche se non vuole parlare di se stesso e della sua origine, si vede che risolve ogni problema cercando una soluzione giusta. Perciò, non vuole fare il venditore ambulante tutta la sua vita e questo mette in evidenza la sua forza di vincitore. Per lui, vincere una battaglia non è sufficiente, vuole vincere la guerra!

Gaben è anche un uomo originale e buffo, questo si vede sopratutto nelle sue avventure. Se non risponde chiaramente, ha molta fantasia quando racconta le sue peregrinazioni. Dice per primo che è l’ultimo di 60 fratelli è che ha lasciato le sue terre, poi aggiunge che è venuto a piedi a Messina, dopo dice che è arrivato dentro a un container nel porto di Genova e finalmente dichiara che era figlio unico! E molto bugiardo ed è a suo agio in tutte le situazioni.

C’è sarà un cambiamento benefico per Gaben da quando incontrerà Lorenzo. La vita riunisce due personaggi diversi, ma che vanno perfettamente d’accordo. Da questo punto nascerà una vera amicizia.


Quando l’immigrazione raggiunge l’esclusione

Prima di incontrare Gaben, Lorenzo non sa più cosa fare della sua vita. Soffre e le notti sono corte mentre le giornate sono lunghe. Si sente messo da parte dalla società : « …i vecchi nessuno li vuole tra i piedi ». Non capisce più niente del mondo che lo circonda, né le scritte sui muri, né le canzoni, né i film. E’ in queste condizioni mentali che incontra Gaben, un altro escluso, il quale toglierà la noia che ha invaso la sua vita dopo la morte di Caterina.

Alla stazione Termini, luogo « pieno di aspettative e di dubbi », si ritrovano dunque due solitari, Lorenzo, escluso dalla società perché è vecchio, e Gaben perché è imigrato africano. Però, tra loro due si fa subito strada una corrente di simpatia. Gaben regala gli occhiali colorati a Lorenzo che gli offre un cappucino. La fine dell’esclusione è rappresentata qui dall’amicizia tra i due protagonisti.

In grazie di Gaben, c’è veramente un’evoluzione nella vita di Lorenzo. Prima era un uomo rassegnato e ormai da vecchio, si ribella. Questa ribellione gli permette di sentirsi felice : « Mi sono chinato e ho preso un paio di occhialetti quadrati, con due alette agli angoli alti, le lenti gialle ». Si vede che ora ha un carattere piuttosto ingenuo che vede sempre una bella realtà. Di prima, non aveva molta stima di sé, invece ora non vuole confondersi con quei vecchi esclusi dalla società. Vuole uscire dal suo ruolo.

Malgrado l’esclusione che prende fine in grazie all’amicizia tra Lorenzo e Gaben, lungo il romanzo il sentimento di rifiuto esiste ancora dagli altri, attraverso degli insulti minacciosi, come: « Negraccio », « Zulu », « Sporco negro torna in Africa ». Anche se Gaben si diverte dall’inizio fino alla fine del racconto, c’è un problema che è sempre dietro di lui, che riguarda il suo stato, cioè quello di un immigrante in Italia.


CONCLUSIONE

In questo libro, c’è una parte realistica e una parte fantastica. Realistica perché gli elementi sull’immigrazione e sulle differenze non accettate sono veri, e fantastica perché le avventure di Gaben e di Lorenzo paiono straordinarie.

L’autore si attacca a dare un’immagine dell’immigrante che il lettore non vede, ma che può molto bene rappresentarsi. Attraverso i tre personaggi, Marco Lodoli evoca tre problemi irremediabili nella società odierna, cioè il posto della vecchiaia, quello della differenza e quello dell’immigrazione che hanno tutti e tre la stessa via d’uscita: l’esclusione.

Il messaggio del libro è che delle persone diverse possono andare d’accordo. Lo sguardo sui vecchi, sulla gente diversa, e sugli immigranti deve cambiare. Non dobbiamo mettere da parte gli esclusi ma accettarli come delle persone come tutte le altre. Questo racconto risale di 1990, ma rifletta ancora oggi la nostra società contemporanea. Purtroppo, è più che mai attuale.

mercredi 29 avril 2009

« Almost Blue » di Carlo LUCARELLI, 1997

Carlo LUCARELLI, nato a Parma, vive vicino a Bologna, città per eccellenza del romanzo nero. Ha pubblicato otto romanzi. Cronista, drammaturgo, scrive sceneggiature di fumetti e soggetti di videoclip. Anima anche degli atelier di scrittura, insieme a una rivista letteraria su Internet.

Qui, vi propongo un bellissimo sguardo, commovente e sensibile che rende ammirevolmente gli universi interiori, ci fa uscire dalle convenzioni concettualizzate, e ci dà l’opportunità di pensare, di vedere e di sentire le cose altrimenti per ridisegnare la propria visione del mondo.

Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso di una finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost Blue.
A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima « a » di « almost », così chiusa e modulata da sembrare una lunga « o ». Al-most-blue… con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente, che sta tenendo gli occhi chiusi. Per questo mi piace Almost Blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi. Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore o un movimento. Ascolto. Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l’etere a caccia di suoni e di voce. So usarli benissimo, gli scanner, quello che ho dentro la testa da venticinque anni, fin da quando sono nato e quello che tengo in camera mia, accanto al giradischi. Se avessi degli amici, se ne avessi, di sicuro mi chiamerebbero Scanner. Mi piacerebbe. Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perché non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardono. Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile, come in questa favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire. In cui c’era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro. Per me significava che le dita ci passavano attraverso.
Anche i colori per me hanno un altro significato. Hanno una voce, i colori, un suono, come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere. E capire. L’azzurro per esempio, con quella zeta in mezzo è il colore dello zucchero, delle zebre e delle zanzare. I vasi, i viali sono viola e giallo è il colore acuto di uno strillo. E il nero, io non riesco a immarginarlo ma so che è il colore del nulla, del vuoto. Però non è solo una questione di assonanza. Ci sono colori che per me significano qualcosa per l’idea che contengono. Per il rumore che contengono. Il verde, per esempio, con quella erre raschiante, che gratta in mezzo e prude e scortica la pelle, è il colore di una cosa che brucia, come il sole. Tutti i colori che iniziano con la « b », invece sono belli. Come il bianco o il biondo. O il blu, che è bellissimo. Ecco, ad esempio, per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli biondi. Ma se fosse veramente bella, allora avrebbe i cappelli blu.
Ci sono anche i colori che hanno una forma. Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano. Non le conosco. Per conoscerle bisogna toccarle e a me toccare non piace, non mi piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano. Preferisco i rumori. Per questo uso lo scanner. Tutte le sere, salgo in camera mia e metto sul piatto un disco di Chet Baker. Sempre lo stesso, perché mi piace il suono della sua tromba, tutte quelle « p », piccole e profonde, che mi girano attorno e mi piace la sua voce che canta piano, come se venisse da dietro la gola e facesse fatica a uscire e per farlo si dovesse soffiare con tanto impegno da dover chiudere gli occhi. (…) Così tutte le sere e tutte le notti aspetto che Almost Blue mi scivoli lentamente in fondo alle orecchie, che la tromba, il contrabbasso, il pianoforte e la voce diventino la stessa cosa e riempiano il vuoto che ho dentro la testa. Allora, accendo lo scanner e ascolto le voci della città. Io, Bologna, non l’ho mai vista. Ma la conosco bene, anche se probabilmente è una città tutta mia. E’ una città grande: almeno tre ore.


« Almost Blue » de Carlo LUCARELLI, 1997

Carlo Lucarelli, né à Parme le 26 octobre 1960, vit près de Bologne, ville du roman noir par excellence. Il a publié huit romans. Chroniqueur, dramaturge, il écrit des scénarios de bandes dessinées et des sujets de vidéoclips. Il anime également des ateliers d'écriture, ainsi qu'une revue littéraire sur Internet.
http://www.carlolucarelli.splinder.com/

Ici, je vous propose un très beau regard émouvant et sensible, qui rend admirablement les univers intérieurs, nous fait sortir des conventions conceptualisées et nous donne l'opportunité de penser, voir, et sentir les choses autrement pour redessiner notre propre vision du monde.

Le son du disque qui tombe sur le plateau est un soupir rapide qui sent à peine la poussière. Celui du bras qui se détache de son support est un sanglot retenu, comme un claquement de langue mais sec et non pas humide. Une langue de plastique. Le diamant, en glissant dans le sillon, siffle tout doucement et grésille une ou deux fois. Puis le piano arrive et on dirait les gouttes d’un robinet mal fermé, ensuite la contrebasse qui ressemble au bourdonnement d’une grosse mouche contre la vite fermée d’une fenêtre et enfin la vois voilée de Chet Baker qui commence à chanter Almost Blue.
Si l’on est attentif, très attentif, on peut même entendre quand il prend sa respiration et qu’il détache ses lèvres sur le premier a de Almost, un a si fermé et si modulé qu’il ressemble à un long o. Al-most-Blue… avec deux pauses au milieu, deux respirations suspendues qui font comprendre, ressentir, qu’il garde les yeux fermés. C’est pour cela que j’aime Almost Blue. Parce que c’est une chanson qui se chante les yeux fermés. Moi, j’ai toujours les yeux fermés, même si je ne chante pas. Je suis aveugle de naissance. Je n’ai jamais vu une lumière, une couleur, un mouvement. J’écoute. Je sonde le silence qui m’entoure, comme un scanner, un de ces appareils électroniques qui balaient l’éther à la recherche de sons et de voix. Je sais très bien utiliser les scanners, celui que j’ai dans la tête depuis vingt-cinq ans, depuis que je suis né, et celui que je garde dans ma chambre à côté de mon tourne-disque. Si j’avais des amis, si seulement j’en avais, c’est sûr, ils m’appelleraient Scanner. J’aimerais bien. Moi, je n’ai pas d’amis. Par ma faute. Parce que je ne les comprends pas. Ils parlent de choses qui ne me touchent pas. Ils disent brillant, opaque, lumineux, invisible, comme dans cette fable qu’on me racontait, enfant, pour m’endormir, dans laquelle il y avait une princesse si belle et avec une peau si fine qu’elle semblait être transparente. J’en ai passé du temps, de nombreuses nuits blanches à y réfléchir avant de comprendre que transparent voulait dire qu’on pouvait regarder à l’intérieur. Pour moi cela signifiait que les doigts passaient à travers.
Même les couleurs ont pour moi une autre signification. Elles ont une voix, les couleurs, un son, comme chaque chose. Un bruit qui les distingue et que je peux reconnaître. Et comprendre. L’azur, par exemple, avec ce z en plein milieu, est la couleur du sucre, des zèbres, et des moustiques. Les vases, les allées sont violètes et le jaune est la couleur perçante d’un cri strident. Et le noir, moi, je n’arrive pas à l’imaginer, mais je sais que c’est la couleur du néant, du vide. Toutefois, il ne s’agit pas que d’une question d’assonance. Il existe des couleurs qui ont pour moi un sens grâce à l’idée qu’elles contiennent. Grâce au bruit qu’elles contiennent. Le vert, par exemple, avec ce r qui racle, qui gratte au milieu, démange et écorche la peau, est la couleur d’une chose qui brûle, comme le soleil. Par contre, toutes les couleurs qui commencent par le b sont belles. Comme le blanc ou le blond. Ou le bleu qui est très beau. Voilà, par exemple, pour moi une belle fille, pour être vraiment belle, devrait avoir la peau blanche et les cheveux blonds. Mais si elle était vraiment belle, alors elle aurait les cheveux bleus.
Il y a également les couleurs qui ont une forme. Une chose ronde et grosse est sans aucun doute rouge. Mais les formes ne m’intéressent pas. Je ne les connais pas. Pour les connaître, il faut les toucher et moi, je n’aime pas toucher, je n’aime pas toucher les gens. Et puis, avec les doigts je perçois seulement les choses qui m’entourent, alors qu’avec les oreilles, avec ce que j’ai dans la tête, je peux aller très loin. Je préfère les bruits. C’est pour cette raison que j’utilise le scanner. Tous les sois, je monte dans ma chambre et je mets sur la platine un disque de Chet Baker. Toujours le même, parce que j’aime le son de sa trompette, tous ces p petits et profonds, qui tournent autour de moi, j’aime sa voix qui chante doucement, comme si elle provenait du fin fond de sa gorge et avait du mal à sortir, et comme si, pour y parvenir, il fallût souffler avec un effort si grand au point de fermer les yeux. (…) Ainsi, tous les soirs et toutes les nuits j’attends qu’Almost Blue glisse lentement au fond de mes oreilles, que la trompette, la contrebasse, le piano et la voix deviennent une seule et même chose et remplissent le vide qui emplit ma tête. Alors, j’allume mon scanner et j’écoute les voix de la ville. Bologne, je ne l’ai jamais vue. Mais je la connais bien, même si probablement c’est une ville qui n’appartient qu’à moi. C’est une grande ville : d’au moins trois heures.

vendredi 3 avril 2009

Stefano BENNI

Il nuovo libraio (L’ultima lacrima) - 1994

Mentre così pensava, tutt’a un tratto il professore fu invaso da una strana, spiacevolissima sensazione. Fisicamente, avvertì un irrigidirsi delle ossa, un’improvvisa accentuazione dei battiti cardiaci, una pesantezza degli occhi, sintomi che spesso annunciano una febbre imminente. Ma ben più spiacevole era ciò che gli era entrato nell’animo. Una paura indecifrabile, come quando nei sogni ci si ritrova in un luogo ostile e solitario, ove nel buio risuonano i passi di una minaccia sconosciuta. Come se di colpo un demone notturno lo avesse trasportato in un deserto lontano.
Reagì alzandosi di scatto e andò a vedere se era rimasto qualcuno in libreria: ma gli operai erano andati via, lansciando la grande porta d’acciaio montata. Pensò di tornarsene a casa, ma riflettendo, decise che avrebbe dovuto assolutamente vincere la paura, poiché quello sarebbe stato il uso luogo di lavoro nei promissi anni. La cosa migliore era spostarsi nella sala più luminosa della libreria, là dove una grande finestra ovale lasciava penetrare le ultime luci della sera tra i libri del Novecento.
Ma mentre si dirigeva verso quella sala, ancora poco pratico, sbagliò strada, e si ritrovò nel corridaio più stretto, un budello ingombro di libri accastati anche sul pavimento, un crepaccio tra pareti di volumi antichi. Dovette avanzare scavalcando, strisciando le spalle contro le costole dei libri. E improvvisamente si fermò, guardò in su, stordito, verso le rilegature dorate, verso i titoli illeggibili. Si appoggiò alla scansia, e lo spigolo di un volume gli punse il collo. Lanciò un lamento iroso, e la sensazione precedente divenne più chiara e paurosa. Si potrebbe dire che questi libri mi ignorano, pensò. Che mi voltano le spalle indifferenti, forse sprezzanti. Ma non è così. « Questi libri mi guardano e mi odiano. »
Il professore aveva infine raggiunto la sala della finestra ovale, fumava, e la nube azzurra della sigaretta saliva lenta tra le scansie, sfiorava nuovi libri, nuovi gironi infernali. Acanti (il professore) teneva una mano sul nuovo registratore di cassa e con l’altra sfogliava distrattamente una rivista; ma per quanto quella stanza fosse meno tetra delle altre, la paura non s’era dissolta. Da ogni scansia, da ogni angolo, gli sembrava di avvertire quello sguardo ostile. Rimprovero, disprezzo, o qualcosa di più maligno? Avevano forse udito il suo proposito di eliminare alcuni di loro, e ne erano turbati ? Ma che sciocchezze ! (…)
« Oh insomma basta! – disse ad alta voce Acanti, accorgendosi con sgomento che la sua mente s’era messa a leggere le pagine immaginarie di un libro che lo accusava. « Basta » ripeté, « non sono pazzo, sono qui per rimodernare una vecchia libreria e anche voi, cioè questi libri, dovreberro essere contenti, verrà più gente, entreranno nuovi titoli, ci sarà meno caos e sporcizia, topi e tarli verrano sterminati, forse alcuni di questi volumi che dormono inutili qui da anni e anni verrano venduti, come era nel loro destino, voi siete nati per questo, o forse preferite restare lassù nei loculi, nelle vostre tombe pensili ? Sbagliate, se credete che io non me ne renda conto che sto parlando per assurdo, voi non esistete davvero, sto parlando ai fantasmi… »
Sussultò: un rumore minaccioso proveniva dal reparto dei libri storici, dal buio crepaccio dov’era passato poco prima. Era un cigolio sinistro, come di una porta che ruota sui cardini. Poi ci fu il tonfo sordo di un corpo che cade. Volle balzare in piedi, ma le gambe stranamente non lo ressero: per alzarsi dalla sedia dovette appoggiarsi alla scrivania, e così facendo urtò una pila di libri che franò rovinosamente, tutti caddero a terra e uno si spaccò con uno schianto, la copertina si staccò dalle pagine. Il libro rimase lì, sul pavimento, scuoiato, e dalle scansie Acanti sentì levarsi un grido d’orrore e di riproverazione: ASSASSINO !

samedi 14 mars 2009

Adoro !

Sono sempre stanca e nessuno ci crede !

Quando in ufficio viene concesso un giorno di vacanza, io subito annunzio che lo dedicherò per varie faccende rimaste arretrate e alle quali già da tempo ho destinato quella giornata libera. Assicuro, insomma, che non riposerò : poiché, se lo facessi, quel breve giorno assumerebbe, agli occhi di chi mi circonda, l’aspetto di un mese intero di riposo. Anni or sono fui invitata da un’amica a trascorrere una settimana in una sua casa di campagna in Toscana. Partii stanchissima poiché avevo predisposto tutto acciocché Michele e i ragazzi non mancassero di nulla durante la mia assenza : e, al ritorno, trovai innumerevoli cose accumulatesi durante la mia breve vacanza.

Eppure, ancora nell’inverno inoltrato, se accenavo alla mia stanchezza, tutti mi rammentavano che quell’anno ero stata in villegiatura e il mio fisico avrebbe dovuto avvantaggiarsene. Nessuno sembrava capire che una settimana di riposo in agosto non poteva impedirmi d’essere stanca in ottobre.
Se a volte dico “Mi sento poco bene” Michele e i ragazzi fanno un breve silenzio rispettoso e impacciato. Poi mi alzo, riprendo a fare ciò che debbo. Nessuno si muove per aiutarmi, ma Michele grida : "Ecco, dici che ti senti poco bene, e non stai un momento ferma". Poco dopo riprendono a parlare del più e del meno, i ragazzi uscendo mi raccomandano : « Riposati, eh? » Riccardo mi rivolge un piccolo cenno minaccioso col dito come diffidandomi dall’uscire per divertirmi. Solo la febbre, la febbre forte, fa credere che siamo veramente malati, in famiglia. La febbre impensierisce Michele, i ragazzi mi portano l’arancia. Ma io ho raramente la febbre ; mai, posso dire. Invece sono sempre stanca e nessuno ci crede !

Alba DE CESPEDES, Quaderno proibito

mercredi 11 mars 2009

BIOGRAFIA D’ITALO CALVINO

Italo Calvino nasce il 15 Ottobre 1923 a Santiego di Las Vegas, a Cuba, da genitori italiani. Il padre, agronomo, è di San Remo e la madre, laureata anche lei in scienze naturali, è sarda.

La familia torna a San Remo nel 1925. Dopo il liceo, si iscrive alla Facoltà d’agraria dell’Università di Torino. I genitori, liberi pensatori, non gli danno nessun’educazione religiosa. Legge Stevenson, Kipling e Nievo e il padre gli insegna i nomi degli uccelli, delle piante, dei boschi.

Nel 1943 non si presenta alla chiamata di leva della Republica sociale italiana e si aggrega ai partigiani della Brigata « Garibaldi » che opera nelle Alpi Maritime. Il fratello sedicenne è con lui, mentre i genitori sono trattenutti come ostaggi dai tedeschi.

Nel 1947, si laurea in Lettere e pubblica « Il sentiero dei nidi ragno ». Nel 1949, pubblica il volume di racconti « Ultimo viene il corvo » e nel 1952, « Il visconte dimezzato » e nella rivista « Botteghe oscure », il racconto intitolato « La formica argentina ». Nel 1954 esce il volume di racconti « L’entrata in guerra » e due anni dopo la raccolta delle « Fiaba italiana ». Nel 1957, con « Il barone rampante » pubblica « La speculazione edilizia », e l’anno successivo « La nuvola di smog e I racconti ». Nel 1959 esce « Il cavaliere insistente » e nel 1960 « I nostri antenati » che comprende « Il visconte dimezzato », « Il barone rampante » e « Il cavaliere inesistente ». Nel 1963, pubblica « La giornata d’uno scrutatore » e « Marcovaldo ovvero le stagioni ».

Nel 1973, aderisce alla « Cooperativa italiana degli scrittori » che vuole contrastare la concentrazione delle case editrici nelle mani di grossi industriali.

Nel 1979, continua a fare la spola tra Parigi e Torino dove è consulente editoriale della Einaudi. Collabora a riviste e quotidiani e pubblica « Se una notte d’inverno un viaggiatore ».

L’anno successivo, si trasferisce da Parigi a Roma e collabora al quotidiano « La Repubblica ». Esce il volume di saggi « Una piera sopra ». Nel 1983, pubblica « Palomar ». Nel 1984, lascia la Casa editrice Einaudi per Garzanti presso la quale pubblica « Cosmicomiche vecchie e nuove » e « Collezione di sabbia ». Nel 1985, il 6 settembre, viene colpito da un attaco cerebrale e muore il 19 settembre a Siena.

mardi 10 mars 2009

Italo CALVINO: « Funghi in città »

Conoscete Italo Calvino? Se non è il caso, mi piaccerebbe molto farvi scoprire quest’ autore fantastico della letteratura italiana, e darvi il desiderio di leggere le sue opere. Qui, vi parlerò di un suo racconto tratto dal suo molto famoso “Marcovaldo ovvero le stagioni”.


Nel racconto « Funghi in città » che ci viene proposto da Italo Calvino, Marcovaldo, un personnagio la cui esistenza è misera e triste, fa una scoperta favolosa qualunque reale che lo esalta e trasforma la sua giornata…
Attraverso questo racconto, Italo Calvino mostra l’opposizione tra la città e la natura che sottende la trama. Il movimento del testo, la sintassi accuratamente scelta e la composizione del racconto rendono molto attraenti questa storia e il suo eroe.

PRIMA PARTE

Di primo acchito, il titolo allestisce lo scenario sull’opposizione fortissima che esiste tra la natura e la città, contrasto che troveremo di nuovo per tutto il brano. Opposizione causata dal posto relativo occupato da ciascuno degli antagonisti, opposizione che suoni, materie, colori e sensi accentuano, opposizione che il ruolo devoluto a Marcovaldo rinforza.

La città è descritta più volte ; è definita da un suo corso, un tram e la fermata, una tegola, un suo marciapiede, una sua ditta: la sbav. La sentiamo molto presente dalle sue proporzioni smisurate, il suo gigantismo e il suo sviluppo. E che cosa sono una piuma, un tafano, una foglia e alcuni funghi nati da una ventata di spore, paragonati a questa città massiccia, stragrande? Non sono un granche! Eppure viene concesso loro un posto maggiore.

La città diventa quasi rientrante, messa in disparte dietro, intorno al tema centrale: la natura e le scienze che vi si riferiscono. Si contrappone di più alla natura dalla sua intensità: « Cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti… » e dalla sua distesa babilonese e tentacolare che dà alla natura una fragilità e delle proporzioni schiacciate e umili. A vicenda, questa vita delicata e quasi inosservata dà all’urbe arie da gigante « …sembrava si gonfiassero bernoccoli che qua e là s’aprivano e lasciavano affiorare tondeggianti corpi sotterranei », « il viale », « …che stavano spuntando », « …generoso di richezze nascoste… ».

L’opposizione tra città e natura s’imparenta anche con quella fortissima che esiste tra la realtà che Marcovaldo conosce ogni giorno, realtà simbolizzata da quella città fredda e monumentale nella quale è prigioniero, e il sogno di un « altrove » al quale agogna, senza posa simbolizzato dalla vita vegetale e animale e sopratutto dalla scoperta quasi miracolosa dei funghi.

L’autore insiste sul contrasto dei colori, delle materie e dei sensi che la città e la natura procurano a turno. Quel vento a tutta prima che porta alla città « doni » che la gratifica del suo polline vellutato e luminoso come se fosse un’offerta generosa, mostra subito i benefici della natura.
Una natura quasi impercettibile come il legno raspato, scavato della tavola poi ingoiato dal punteruolo che ci si seppellisce, o il tafano che dorme o cerca di che nutrirsi sulla schiena di un cavallo, o ancora quei bernoccoli che gonfiano, scricchiolano e s’aprono come il sollevamento della crosta terrestre.

Sono « silenziosi » e « lenti » mentre in qualche posto, avvicinandosi alla fermata dove Marcovaldo lo aspetta, il tram spinge davanti a se un chiasso del diavolo e alla sbav con fragore sono caricati e scaricati pacchi e casse. E un recital di scricchiolii, mormorii, fischi ed altri ronzii, un canto melodioso che quel monduccio vegetale e animale sostiene contro la cacofonia, il baccano della metropoli.

Mentre corpi sotterranei vibrano in un ambiente fresco e scuro, bene nascosti al riparo, la città sfoggia i cartelli, semafori, manifesti, le vetrine, insegne luminose con colori vistosi, aggressivi e volgari.
Il lento lavoro sotterraneo dei funghi si compie, maturano la polpa tranquillamente in un pezzetto di ombra, di paradiso potremmo dire, un’isoletta di pace in mezzo al caos, al mare scatenato che li circonda.

Questa materia arancione, bruna, spugnosa, fibrosa e aera che si forma con delicatezza, la cui molle rotondità ammacca la rasa distesa della striscia d’aiola, quella piuma aerea, quasi vaporosa, quella buccia di fico filamentosa e profumata, il tafano, il cavallo, tutta quella materia viva cozza con materiali rigidi, rugosi, impenetrabili e freddi della città. Sono l’attività e la richezza del mondo vegetale, animale, naturale « …e ci germinarono dei funghi. », « …una foglia che ingiallisse… », « …si gonfiassero bernoccoli… », « …maturavano la polpa porosa, assimilando succhi… » contro la miseria del mondo artificiale, senz’anima e irrigidito dal calcestruzzo e dall’acciao « il tram », « cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti… », « …pacchi e casse… » ecc.
E il mondo « grigio » della città illuminata che si contrappone al mondo colorato della vita vagatale nel buio della terra.

Marcovaldo è un cuore semplice pieno di ingenuità, un anima sensibile poco adatta alla vita in città. Agisce senza pretese con dolcezza e spontaneità ed i suoi desideri sono puri « Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città ».

In un universo tetro, la semplice scoperta dei funghi che non sono neanche ancora visibili gli fa l’effetto di un vero tesoro e desta in lui una grande eccitazione che lo turba nel proprio lavoro. E come un bambino di fronte a un giocattolo meraviglioso e non vede l’ora di mettere a parte della scoperta sua moglie e i sei figlioli. Quell’innocenza commovente è ad immagine della natura che lo cattiva, lo attrae come una calamita e rinforza la nereza dell’urbe. « Al lavoro, fu distratto piu del solito… », « A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutt’a un tratto generoso di ricchezze nascoste e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa… ».

In questa città in subbuglio, Marcovaldo è uno dei pochi che veda ciocche non nota più nessuno: la buccia di fico spiaccicata per terra, la piuma che turbina, il pertugio di tarlo nella tavola… Non è l’unico essere degno del dono regalato dal vento?
« …doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili… », « Invece, una foglia che ingiallisse…, una piuma che si impigliasse…, non gli sfuggivano mai… »

L’autore gli insuffla l’amore e le cognizioni della natura ; senza di lui, forse i funghi non sarebbero mai scoperti e quel brano non esisterebbe. Marcovaldo è il rivelatore dell’opposizione che esiste tra la natura e la città, e serve di tramite tra l’una e l’altra, perché è costretto a vivere in un universo ostile ma cerca nonostante a scapparne appena l’occasione se ne presenta.

SECONDA PARTE

La dualità città-natura è notevolmente appogiata dal movimento d’insieme del testo come Italo Calvino l’ha concepito attraverso il ritmo, la sintassi e il componimento del brano. E un movimento, un respiro, una rincorsa che anima quel brano, che lo attraversa da parte a parte e che va allargandosi, dilatantosi. A tutta prima, un movimento molto ampio, molto largo che viene da lontano, un movimento che sparge, disperde una volata di spore, un movimento dall’alto verso il basso, dal cielo verso la terra per seminarla: « Il vento, venendo in città da lontano, le porta… pollini di fiori d’altre terre », « …sulla striscia d’aiola… capitò..., e ci germinarono dei funghi. »

Poi, un movimento di andirivieni dentro un cerchio, andirivieni tra la natura e la città alle quali torniamo regolarmente, una sorta di tensione, poi di rilassamento: la piuma, la foglia, il tafano da un lato e i cartelli, i semafori, eccetera dall’altro e più avanti i funghi e dall’altra parte il tram. E ad un tempo un ritmo lento e pesante, il respiro difficile, debole come vicino a spegnere di Marcovaldo che si reca da casa sua alla fermata del tram e dalla fermata del tram alla ditta che lo impiega: « …le miserie della sua esistenza. », « …aspettando il tram che lo portava alla ditta sbav dov’era uomo di fatica… ».

E sempre più presente, un movimento più rapido, una distensione, un’inspirazione profonda come una boccata di aria pura, il soffio ritrovato di Marcovaldo che si avvia verso l’aiola, verso i funghi che ha fretta di rivedere: « …e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa… »
E allo stesso momento, insieme, un movimento brusco, circolare e disordinato, una tensione, il polso rapido di una città gorgogliante, la cadenza del lavoro, la corsa del tram, tutt’intorno a un movimento più interiore, più regolare, un batticuore, la risonanza interna, l’eco di un altro mondo fatto dell’attività tissulare e cellulare, degli scambi gassosi, della vita e della morte dei vegetali e degli animali. Due movimenti che creano un’alternanza di tensione e di rilassamento, un respiro, un ritmo lento e rapido: « …una foglia che ingiallisse su un ramo… », « si gonfiassero bernoccoli che qua e là s’aprivano e lasciavano affiorare tondeggianti corpi sotterranei. », « …i funghi silenziosi, lenti… maturavano la polpa porosa, assimilavano succhi sotterranei, rompevano la crosta delle zolle. »

L’uso dei modi e dei tempi mostra l’opposizione che esiste tra il mondo di Marcovaldo come lo vive al quotidiano cioè la realtà della città e l’universo intimo di Marcovaldo, quello al quale agogna il suo cuore e la sua anima. Così, al quarto paragrafo: « …sembrava si gonfiassero bernoccoli… ».
Il tempo adoperato, il congiuntivo imperfetto in italiano corrispondente infatti a un condizionale in francese è il latore di sogni per eccellenza, quello dei giochi infantili. Mette il passo in una sorta di stato limite tra reale e irreale, come una costruzione fragile sulla quale basterebbe di soffiare perché essa svanisca. Ci sono veramente bernoccoli che gonfiano? Sogno, o no?! Il modo condizionale che troviamo di nuovo nel sesto paragrafo: « Basterebbe una notte di pioggia… e sarebbero da cogliere. » che mette il sogno a portata di mano, che le fa diventare proprio realizzabile. Quel mondo di cui si serve Marcovaldo per parlare dei funghi e che è il modo abituale dei bambini che giocano, mostra che lui stesso ha un cuore e dei desideri semplici come quei dei bambini.

Mentre gli indicativi del quinto capitolo: « …erano funghi… che stavano spuntando… » rinforzato dall’aggettivo “veri”, finiscono in modo perentorio di attualizzare ciò che non è certo. Il sogno si trasforma in realtà, prende corpo. Inoltre, l’imperfetto ha valore di durata, di permanenza. Quei funghi sono davvero presenti davanti a lui, riempiono, ricoprono lo spazio e la durata. Troviamo di nuovo quella permanenza nel sesto capitolo nella descrizione affascinante del lavoro dei funghi: « …i funghi silenziosi, lenti, …, maturavano la polpa porosa, assimilavano succhi…, rompevano… » ma anche al capitolo quarto, nel ricominciamento infelice e sottomesso del travaglio di Marcovaldo: « …aspettando… che lo portava… dov’era… ».

Quel mondo del sogno, del gioco, della natura, nel quale Marcovaldo è tanto felice, si trova anche valorizzato da un vocabolario accuratamente scelto : è ad un tempo il vento che porta alla città « doni », lo sguardo di marcovaldo che sembra « scorrere sulle sabbie del deserto », la locuzione «più del solito » al capitolo sesto, ma sopratutto un mondo vegetale e animale osservato e descritto con un vocabolario di conoscitore. L’autore racconta e fa apparire il suo amore immenso della natura e delle scienze che ci si riferiscono: micologia, pedologia, geologia, botanica, selvicoltura, zoologia.
Ugualmente si può notare nel capitolo terzo, un’enumerazione percorsa da virgole per ognuno degli antagonisti: « …cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, … », « …una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, … ; non c’era tafano…, pertugio di tarlo…, buccia di fico… ».

Quel procedimento accentua l’impressione di abisso tra l’universo colorato e mutevole della natura e quello sempre simile, « grigio e misero » della città. Rimanda quei due mondi l’uno contro l’altro e rinforza in modo intenso la descrizione di ognuno.
Infine, l’uso dell’aggettivo dimostrativo « questo » nella frase: “Aveva questo Marcovaldo…” ha l’effetto d’isolare Marcovaldo dal resto del mondo e di farne di primo acchito un personaggio fuor del comune, una sorta di eroe che cerca e trova tracce di natura in seno ad un ambiente ostile dove quei fenomeni non sono guari presenti.

Se esaminiamo la composizione del brano paragrafo per paragrafo, il concatenamento di quest’ultimi dà al testo un aspetto « fiaba » o « favola ». Si potrebbe scomporli come segue: un’introduzione di portata generale, quasi filosofica che a partire da un avvenimento in apparenza banale, ci fa entrare subito nel vivo di una storia affatto singolare, anzi straordinaria ; una presentazione della trama introdotta come lo sono le storie favolose che cominciano con: « C’era una volta… », « Un giorno, … » e che prosegue collo scatto che modificherà il corso delle cose: « …capitò chissà donde una ventata di spore… » come se una fata avesse dato un colpo di bacchetta magica. Poi una digressione fatta sull’eroe, un ritorno sull’intreccio con il reale inizio della storia, la scoperta favolosa e infine un uomo lietissimo, cioè una storia che finisce bene. In meno di due pagine, il lettore conosce la storia per filo e per segno, in grazia di paragrafi brevi trattando ogni volta un tema diverso. La sua curiosità è stuzzicata e si trova tenuto in sospeso fino in fondo alla storia di cui ha voglia di sapere la conclusione.

Dopo avere letto « Funghi in città », il lettore è entrato direttamente nell’universo di Marcovaldo. Quest’uomo sognatore, smarrito in un mondo costruito in calcestruzzo che non gli conviene, rivela la natura nella città in grazia dei particolari che può vedere la sua sola anima di bambino. Tutto l’ingegno d’Italo Calvino che i movimenti del testo, le parole e la loro riunione illustrano è necessario per proiettare rapidamente il lettore in quest’universo unico e attraente.